
Sono passati cinquant’anni dalla scomparsa di Pier Paolo Pasolini. Un poeta che amo sin dall’adolescenza. E gli anniversari sono, si sa, tempo di citazioni, di riproposte. io stesso gli avevo dedicato una riflessione dieci anni fa, in occasione del quarantennale.
Pasolini non ha lasciato eredi. Non ne ha lasciati come poeta, né come regista, e tantomeno come intellettuale. In tutte le sue declinazioni si era presentato come un inattuale, e gli inattuali non hanno eredi; al massimo qualche cattivo imitatore.
Io voglio nuovamente ricordarlo con un suo testo celebre che, ancorché all’inizio degli Anni Sessanta, quando ancora egli poteva apparire come un autore in qualche modo “inquadrato”, lasciava comunque presagire i suoi ultimi anni. Già in questi versi, pur definendosi «più moderno di ogni moderno», in una sorta di personalissimo De reditu suo, egli guarda un mondo che scompare sulle spalle del nuovo «ordine orrendo» che nasce. A noi, che di quell’ordine orrendo siamo figli spensieratamente legittimi, non rimane che chiederci se e come sarà mai possibile una nuova rinascita.
Per alcuni il Poeta delle Ceneri è solo un santino laico da esibire ideologicamente, mentre per altri è un intellettuale scomodo da citare, altrettanto ideologicamente, quando fa più comodo. Ma Pasolini fu, e resta, soprattutto una spina nel fianco della cultura italiana. E questo è il ricordo più caro dell’impressione profonda che ne ebbi quando cominciai a leggerlo.
10 giugno
Un solo rudere, sogno di un arco,
di una volta romana o romanica,
in un prato dove schiumeggia il sole
il cui calore è calmo come un mare,
e, del mare, ha il sapore di sale,
il mistero splendente : lì ridotto,
sulla schiuma del mare della luce,
il rudere è solo : liturgia
e uso, ora profondamente estinti
vivono nel suo stile – e nel sole –
per chi ne comprenda presenza e poesia.
Fai pochi passi, e sei sull’Appia
o sulla Tuscolana : lì tutto è vita,
per tutti. Anzi, meglio è complice
di quella vita chi non ne sa stile
e storia. I suoi significati
si scambiano nella sordida pace
insofferenza e violenza. Migliaia,
migliaia di persone, pulcinella
di una modernità di fuoco, nel sole
il cui significato è anch’esso in atto,
si incrociano pullulando scure
sugli accecanti marciapiedi, contro
l’Ina. Case sprofondate nel cielo.
Io sono una forza del Passato
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi,
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine,
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti del Dopostoria,
cui io assisto per privilegio di anagrafe,
sull’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
Più moderno di ogni moderno
A cercare fratelli che non sono più.
Pier Paolo Pasolini: La poesia “10 giugno” (1962) fa parte della raccolta “Poesia in forma di rosa” (1961-1964) ed è stata pubblicata anche in Pier Paolo Pasolini “Mamma Roma”
