«La mosca» di William Blake

La mosca (The Fly) è una poesia (quasi una filastrocca, in realtà) di cinque strofe di quattro versi ciascuna, pubblicata da William Blake nel 1794, all’interno della sua raccolta Songs of Innocence and of Experience.

Semplice, al limite della banalità nella forma e nella metrica esteriore, quanto profonda nelle strane immagini: una mosca, che il poeta scaccia quasi senza pensarci, diventa il punto di partenza per una riflessione radicale sulla condizione umana. La mosca infatti vive finché non viene schiacciata, senza sapere quando e come questo potrà accadere. E così è anche per l’uomo, secondo Blake: vive, pensa, danza, gioca, finché una qualche “mano cieca” (il fato? la natura?) non ne interrompe l’esistenza. La vita è un gioco fragile, a cui da un momento all’altro può essere posta fine.

La mosca, di William Blake

Little Fly,
Thy summer’s play
My thoughtless hand
Has brushed away.

Am not I
A fly like thee?
Or art not thou
A man like me?

For I dance,
And drink, and sing,
Till some blind hand
Shall brush my wing.

If thought is life
And strength & breath,
And the want
Of thought is death;

Then am I
A happy fly,
If I live,
Or if I die.

Piccola mosca,
Questo gioco d’estate
La mia spensierata mano
Ha spazzato via.

Non sono io
Una mosca come te?
O non sei tu
Un uomo come me?

E io danzo
E bevo, e canto,
Fino a quando una mano cieca
Spezzerà la mia ala.

Se il pensiero è vita
E forza e respiro
E il desiderio
Di pensiero è la morte;

Allora sono
Una mosca felice,
Sia che viva,
O sia che muoia.

 

Pier Paolo Pasolini cinquant’anni dopo

 

Pasolini

Sono passati cinquant’anni dalla scomparsa di Pier Paolo Pasolini. Un poeta che amo sin dall’adolescenza. E gli anniversari sono, si sa, tempo di citazioni, di riproposte. io stesso gli avevo dedicato una riflessione dieci anni fa, in occasione del quarantennale.
Pasolini non ha lasciato eredi. Non ne ha lasciati come poeta, né come regista, e tantomeno  come intellettuale. In tutte le sue declinazioni si era presentato come un inattuale, e gli inattuali non hanno eredi; al massimo qualche cattivo imitatore. Continua a leggere

Le Termopili di Kavafis

Costantino Kavafis (1863-1933), poeta greco nato ad Alessandria d’Egitto, è tra le voci più significative della poesia moderna. La sua opera unisce memoria storica, introspezione e un linguaggio limpido e misurato.

Termopili è una delle sue liriche più note e rappresentative. In essa Kavafis evoca il sacrificio degli spartani che affrontarono la morte per difendere la Grecia dai persiani. Tuttavia, il poeta non si limita a celebrare un episodio storico: le “Termopili” diventano un simbolo morale, un emblema di quanti, pur sapendo di essere destinati alla sconfitta, restano fedeli al proprio dovere, alla verità e alla dignità interiore. La lirica esalta dunque una virtù eroica senza speranza, una nobiltà silenziosa e quotidiana che il poeta riconosce in ogni essere umano capace di resistere con coerenza e coraggio.


Termopili
di Konstantinos Kavafis

Onore a quanti in vita
si ergono a difesa di Termopili.
Mai che dal dovere essi recedano,
in ogni circostanza giusti e retti,
agendo con pietà con tenerezza,
generosi se ricchi, generosi
ugualmente quanto possono se poveri,
conforme ai loro mezzi sempre sovvenendo
e sempre veritieri ma senz’astio
verso coloro che mentiscono.

E un onore più grande gli è dovuto
se prevedono (e molti lo prevedono)
che spunterà da ultimo un Efialte
e che i Medi finiranno per passare

(da: Costantino Kavafis, Settantacinque poesie,a cura di Nelo Risi e Margherita Dalmati, Torino, Einaudi, 1992, p.43)

L’amore tra cronaca e segno

L’importante è esagerare, titolava Iannacci. Ma a forza di esagerare è facile dire banalità.
Non ci aspettavamo nulla di particolarmente profondo da una lettura del Cantico dei Cantici fatta da Roberto Benigni. Non è un poeta, non è un esegeta, non è neppure un esperto di letteratura ebraica. Nessuna sorpresa, dunque, per gli imbarazzanti svarioni presi durante il suo spettacolo. Tralasciamo quindi di commentare la sua improbabile traduzione semipornografica e, già che ci siamo, sorvoliamo sul fatto che secondo lui questo Libro sarebbe entrato nel Canone delle Scritture quasi per caso. Sorvoliamo anche sull’inciso politicamente corretto di propaganda omosessualista per cui il Cantico “comprende ogni tipo di amore, anche tra donna e donna, tra uomo e uomo, l’amore per tutto”. Chiudiamo pure benevolmente un occhio su tutto o quasi. D’altra parte, ognuno ha il suo mestiere: se Aristotele si materializzasse tra noi per raccontare una barzelletta, nessuno riuscirebbe a ridere. Certo, Benigni sul palco dell’Ariston è riuscito invece a riscuotere i suoi consensi; a qualcuno è sembrato effettivamente profondo, e questo è di sicuro un inquietante segno dei tempi. Ma tralasciamo anche questo.
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Nel segno della falsificazione storica

Recensione a:
Catherine NixeyNel nome della croce. La distruzione cristiana del mondo classico, Bollati Boringhieri 2018

Un libro dal titolo commercialmente accattivante, ma che è nei contenuti addirittura peggiore delle aspettative. Nel risvolto di copertina si dice che chi lo ha scritto avrebbe studiato “Storia e Letteratura Classica a Cambridge”, e questo ci fa rivalutare i tanto disprezzati atenei italiani. Il libro, caso raro, sa essere insieme pedante e pedestre: cita un dovizioso numero di fonti, mescolandole però tra loro, e soprattutto confondendo spesso (volutamente?) le fonti tardoantiche con le tardomedievali, in un potpourri di frasi fatte, luoghi comuni, veri e propri travisamenti. Un profluvio di citazioni decontestualizzate e di improbabili aneddoti fatti passare per verità storiche inoppugnabili. Continua a leggere

«Siamo tutti in pericolo». Pier paolo Pasolini quarant’anni dopo.

“Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi.” (1) Questa frase un po’ enigmatica e lapidaria Pasolini la pronunciò la sera prima di quel 2 Novembre del 1975 che vide il suo corpo ormai cadavere consegnato agli occhi indiscreti dei giornali. Non sappiamo esattamente quale impressione dovesse averne Furio Colombo nel registrarla, ma possiamo facilmente immaginare l’effetto che essa dovette avere su di lui nei giorni immediatamente successivi. Tutta l’intervista che il giornalista raccolse quella sera era un terribile j’accuse contro l’ordine orrendo della cultura di quegli (e anche di questi nostri) anni: un ”ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere.” Continua a leggere

«Noi siamo la voce della vostra cattiva coscienza…»

Recensione a:
Lorenzo Tibaldo, La Rosa Bianca. Giovani contro Hitler, Torino, Claudiana, 2014

«Una giornata di sole così bella, e io me ne devo andare. Ma quanti non sono quelli che oggi muoiono sul campo di battaglia. Che importa la mia morte se le nostre azioni saranno servite a scuotere e a risvegliare gli uomini.» È il 22 Febbraio del 1943. In una cella del carcere di massima sicurezza di Stadelheim, Sophie Scholl, appena ventunenne, così si confida con la compagna di prigionia appena conosciuta. Morirà di lì a poco, dopo aver pregato e aver ricevuto la comunione, da fervente luterana, sotto la lama della ghigliottina. Dopo di lei, la stessa lama cadrà sull’amico Christoph Probst, e poi, nuovamente sull’amato fratello Hans. È la conclusione inevitabile del primo processo contro la «Rosa Bianca». Continua a leggere