La mosca (The Fly) è una poesia (quasi una filastrocca, in realtà) di cinque strofe di quattro versi ciascuna, pubblicata da William Blake nel 1794, all’interno della sua raccolta Songs of Innocence and of Experience.

Semplice, al limite della banalità nella forma e nella metrica esteriore, quanto profonda nelle strane immagini: una mosca, che il poeta scaccia quasi senza pensarci, diventa il punto di partenza per una riflessione radicale sulla condizione umana. La mosca infatti vive finché non viene schiacciata, senza sapere quando e come questo potrà accadere. E così è anche per l’uomo, secondo Blake: vive, pensa, danza, gioca, finché una qualche “mano cieca” (il fato? la natura?) non ne interrompe l’esistenza. La vita è un gioco fragile, a cui da un momento all’altro può essere posta fine.
La mosca, di William Blake
| Little Fly, Thy summer’s play My thoughtless hand Has brushed away. Am not I For I dance, If thought is life Then am I |
Piccola mosca, Questo gioco d’estate La mia spensierata mano Ha spazzato via. Non sono io E io danzo Se il pensiero è vita Allora sono |



Catherine Nixey, Nel nome della croce. La distruzione cristiana del mondo classico, Bollati Boringhieri 2018
“Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi.” (1) Questa frase un po’ enigmatica e lapidaria Pasolini la pronunciò la sera prima di quel 2 Novembre del 1975 che vide il suo corpo ormai cadavere consegnato agli occhi indiscreti dei giornali. Non sappiamo esattamente quale impressione dovesse averne Furio Colombo nel registrarla, ma possiamo facilmente immaginare l’effetto che essa dovette avere su di lui nei giorni immediatamente successivi. Tutta l’intervista che il giornalista raccolse quella sera era un terribile j’accuse contro l’ordine orrendo della cultura di quegli (e anche di questi nostri) anni: un ”ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere.”
«Una giornata di sole così bella, e io me ne devo andare. Ma quanti non sono quelli che oggi muoiono sul campo di battaglia. Che importa la mia morte se le nostre azioni saranno servite a scuotere e a risvegliare gli uomini.» È il 22 Febbraio del 1943. In una cella del carcere di massima sicurezza di Stadelheim, Sophie Scholl, appena ventunenne, così si confida con la compagna di prigionia appena conosciuta. Morirà di lì a poco, dopo aver pregato e aver ricevuto la comunione, da fervente luterana, sotto la lama della ghigliottina. Dopo di lei, la stessa lama cadrà sull’amico Christoph Probst, e poi, nuovamente sull’amato fratello Hans. È la conclusione inevitabile del primo processo contro la «Rosa Bianca».